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    Madhouse

    29 Maggio 2008

    Trama:

    Il giovane Clark Stevens viene assunto come tirocinante nell’istituto di igiene
    mentale Cunningham hall.

    La sua curiosità lo porta a conoscenza di strani eventi che sono accaduti nell’istituto, questa scoperta e le strane e inquietanti visioni che tormentano il giovane lo porteranno ad indagare sulla travagliata storia del luogo aiutato da una giovane volontaria, Sara.

    Come mai la terapia usata dal direttore Franks non ha effetti curativi sui pazienti?
    Chi è il bambino che si aggira di notte nei corridoi dell’ospedale?

    Chi è veramente il paziente della cella 44?

    Le domande si moltiplicano, così come gli omicidi che decimano il personale medico.
    La verità si scoprirà essere nascosta nei mendri del seminterrato,tra pazienti sepolti vivi, dove la follia regna sovrana e la realtà è pura illusione.

    Recensione:

    L’ambientazione di Madhouse è francamente vista e rivista, ma mantiene intatto tutto il suo fascino nonostante il cinema ne abbia fatto ampio uso e, a volte, abuso.

    Qui ci troviamo di fronte ad una pellicola che ha nel thriller la sua collocazione ideale, ma che per alcune suggestioni visive, contenuti gore e rimandi letterari subisce una forte influenza horror.
    Il regista William Butler sembra avere un background filmico di tutto rispetto,e non parliamo di lavori precedenti,ma di un bagaglio personale ricco di classici del genere horror che in questa pellicola omaggia in maniera palese e forse in alcuni casi eccessiva.

    Bisogna ricordare che il confine tra citazione e plagio è labile, ma Butler mantiene un equilibrio invidiabile regalandoci scene che per gli appassionati cinefili diventano una vera e propria caccia al titolo.
    Solo per citarne alcuni, ma film come Halloween, Nightmare, Shining, Opera e potremmo continuare per molto, fanno capolino senza però mai snaturare la trama che rimane ben delineata.
    La suggestiva fotografia trasmette in modo eccelso la surreale sensazione di sfasamento in cui si trova il giovane Clark, catapultato in un ambiente dove follia e realtà si intersecano e pazienti e medici confondono ruoli e personalità.

    La fase puramente investigativa,ci consente di raccogliere frammenti di verità mai totalmente rivelatori,ma che man mano ci accompagnano fino alla scomoda e affatto tranquillizzante verità.
    Ma non è forse questo che noi spettatori cerchiamo in film di questo genere?
    Il cast è un gradino sopra rispetto a queste produzioni che usufruiscono di un budget medio-basso, il protagonista Clark è interpretato da Joshua Leonard (The Blair witch project) mentre la giovane Jordan Ladd (Cabin fever) interpreta la fragile ed enigmatica Sara.
    Una menzione speciale va a due attori in particolare, Dendrie Taylor che tratteggia la terribile e dispotica infermiera Hendricks (ennesima citazione, questa volta omaggio alla capo infermiera Ratched del bellissimo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman) e il sempre apprezzabile Lance Henriksen nella parte del direttore Franks, quest’ultimo è diventato insieme ad attori come Brad Dourif e Jeffrey Combs presenza stabile del panorama del cinema fantastico.
    Tra gli ospiti del Cunningham Hall non vanno dimenticati i freaks che abitano il seminterrato dell’istituto,una sorta di girone infernale dove vivono in preda ad una follia che non dà loro tregua, stravolti e disperati dalle menti irrimediabilmente incrinate da un’irreparabile pazzia.
    Come non apprezzare la visionarietà suggestiva che scenografo e direttore della fotografia creano a nostro uso e consumo, trasportandoci in un ambiente sotterraneo cupo e fatiscente che se da una parte ci disturba dall’altra ci affascina.

    Tirando le somme siamo di fronte ad un ottimo lavoro, solido, che forse nel finale si perde un po’ sfilacciando una trama fino a quel momento intrigante, ma è solo un peccato veniale.
    Madhouse è un film da vedere, per apprezzare ancora una volta opere che forse se non riscoperte in dvd si perderebbero, e tutto ciò sarebbe davvero un peccato.

    Pietro Ferraro

    Voto: 7/10 voto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gif


    Halloween: the beginning

    18 Maggio 2008

    Halloween: the beginning Trama:

    Haddonfield, illinois durante la notte di Halloween il giovane Michael Myers stermina la sua famiglia risparmiando la sorellina e la madre.

    Affetto da gravi disturbi mentali viene affidato al dottor Loomis che dopo anni di terapia rinuncia a qualsiasi recupero dell’ormai adulto Michael seppellendolo letteralmente in un istituto psichiatrico, terrorizzato dall’anima nera che si cela dietro la maschera che l’uomo porta perennemente sul volto.

    Durante un trasferimento Myers fugge spinto da una furia omicida inarrestabile e torna nella casa dove è cresciuto in cerca della sorella perduta seminando cadaveri dietro di sè, mentre la notte delle streghe si avvicina.
    Recensione:

    Halloween rappresenta per molti appassionati un cult inarrivabile, e per il regista Rob Zombie (la casa dei mille corpi) cresciuto ad horror e hard rock si presenta come una notevole sfida che in questo caso lascia un po’ perplessi.

    Il film di Carpenter è a tutti gli effetti il capostipite dei cosiddetti slasher movies, film in cui un maniaco terrorizza e uccide le vittime di turno con l’ausilio di armi da taglio e nei modi più fantasiosi e bizzarri possibili.

    Carpenter con solo trecentomila dollari realizzò quello che ad oggi è uno dei film indipendenti più redditizi della storia del cinema ed ha trasformato Michael Myers in una vera e propria icona del cinema horror e, insieme a Jason Voorish (venerdì 13) e Freddie Krueger (nightmare) è oggetto di culto tra giovani e meno giovani fan.

    Il progetto di un remake era nell’aria da qualche anno, ma giustamente la fase produttiva ha subito rallentamenti dovuti alla difficile scelta del regista cui affidare la patata bollente.
    In un periodo in cui i rifacimenti stanno superando i sequel, e dove la moda del prequel, cioè di tornare alle origini di personaggi storici è inarrestabile, i prodotti sfornati dalle major in cerca di facili incassi sono di qualità altalenante, vanno dai riusciti “non aprite quella porta” e “le colline hanno gli occhi” a prodotti dal look alquanto discutibile come “la maschera di cera” remake del classico con Vincent Price.

    Halloween: the beginning diventa un ibrido che miscela le origini ed i due primi episodi
    dell’interminabile saga, scavando nella psiche di Michael Myers svelandoci i retroscena di un’infanzia fino ad oggi avvolta nella nebbia.

    Purtroppo questo eccessivo svelare, diventa il punto debole di un’operazione che poteva risultare vincente, Zombie dona al film il suo look anni ’70 che ormai è un marchio di fabbrica, ma è come intimorito dal prototipo e pecca di eccessiva prudenza.

    La parte più debole del film è il prologo che ci svela le manie omicide del piccolo Myers, con i classici stereotipi che tratteggiano la personalità borderline del piccolo Serial-killer in erba, prima fra tutte la violenza su piccoli animali con tanto di istantanee ad immortalarne le gesta.
    Ed è qui che il mito dell’ombra, come veniva chiamato da Carpenter, si infrange su una umanizzazione che lo spoglia da tutti i clichè sovrannaturali che ogni spettatore aveva cucito addosso al mostro.

    Si perchè per diventare icone di questo genere di film l’assassino di turno deve trascendere la propria umanità e diventare una macchina omicida immortale,come già successe per Jason Voorish di Venerdì 13, anche Michael Myers ha dovuto abbandonare la sua umanità per sposare l’idea di un killer dalla connotazione diabolica così da poter generare un vero e proprio filone fatto di morti e resurrezioni.

    Il mitico Freddy Krueger demone che si ciba di incubi nel Nightmare di Craven è stato facilitato nell’impresa, visto che il suo personaggio è già immortale e quindi immune ad una morte di volta in volta inflittagli solo in apparenza.

    Jason e Michael hanno dovuto, invece, attraverso una trasformazione che ha occupato qualche episodio delle rispettive saghe, abbandonare la connotazione di semplice killer per trasformarsi in demoni dalla palese provenienza ultra-terrena.

    Quindi il film di Rob Zombie snatura il mistero che avvolgeva il nostro killer, anche se
    Qualcuno potrà obiettare adducendo che Carpenter con lo svelare i connotati del killer nel finale dell’originale abbia voluto banalizzare le origini del male attraverso la normalità di un volto fin troppo anonimo, ma non dimentichiamo il personaggio del dottor Loomis che catalizzando le emozioni di noi spettatori trasforma Myers in un essere demoniaco e vuoto, un foglio bianco su cui il male può esprimersi liberamente.

    Il regista sceglie per questo remake un buon cast, tra cui spiccano Malcom McDowell (il dottor Loomis) mitico protagonista di Arancia meccanica, che si discosta molto dal Loomis dell’originale interpretato dal compianto Donald Pleasence.

    Lo psichiatra di Mcdowell è a volte eccessivamente paterno nei confronti di Myers, mentre Pleasence scelse di tratteggiare un personaggio spaventato dal male, in alcuni casi pronto ad uccidere per liberarsi di quell’incubo senza volto.

    Brad Dourif, ormai un ospite fisso di molte produzioni horror, interpreta lo sceriffo Brackett, la moglie di Zombie, già vista nelle precedenti pellicole del regista, qui impersona la madre di Michael, da sottolineare la buona prova della giovane scout-Taylor Compton nella difficile impresa di interpretare la baby-sitter Laurie Strode, che nell’originale era interpretata dall’allora reginetta degli horror Jamie-Lee Curtis (true lies, una poltrona per due).

    Quindi se vogliamo visivamente Questo film segue fedelmente le origini del mito, ma nel volersi appropriare del personaggio senza osare più di tanto lo banalizza, e la pellicola ne esce spenta, atona.

    Un omaggio ad un cult con un look next-gen, appetibile per un nuovo pubblico?
    Forse si, considerando la pessima serie di sequel propinataci nel corso di questi venti e più anni, una cosa bisogna dire, che a parte tutti i difetti, l’attenzione e il rispetto per un cult che ha terrorizzato un’intera generazione non sono mancati in questo remake
    riuscito a metà.

    Pietro Ferraro

    voto: 6/10 voto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gif


    Wrong Turn 2

    13 Maggio 2008

    Trama:
    In una zona sperduta, nei pressi di una vecchia cartiera abbandonata si sta girando un nuovo reality show: Apocalypse.

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    I partecipanti dovranno simulare un corso di sopravvivenza in un ambientazione Post-nucleare.
    Inconsapevoli della presenza di una famiglia di mostruosi cannibali verranno assaliti e diventeranno la portata principale di un lungo e sanguinoso pranzo domenicale.

    Recensione:
    Ci sono pellicole che nascono per essere distribuite esclusivamente per il mercato home-video, questi prodotti chiamati in gergo “straight-to-video” comprendevano, all’inizio degli anni’80, tutto ciò che la grande distribuzione scartava ed all’inizio erano più che altro titoli porno oppure filmacci horror di serie z.
    I cataloghi in questione pullulavano di filmetti fatti in casa pieni di effettacci di bassa macelleria,dove la violenza ed il sesso erano i collanti di storie appros-simative e dialoghi scritti in fretta e furia.
    Queste videocassette venivano vendute nelle stazioni di servizio americane quasi sottobanco, nessun cinema avrebbe proiettato quella che per molti era considerata solo spazzatura.
    Ma se non ci fosse stata quella cosiddetta spazzatura film come “Evil dead” di Sam Raimi e gli slasher che avrebbero ispirato i vari “Non aprite quella porta” e il più recente “Grindhouse” non avrebbero avuto la giusta visibilità.

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    Wrong Turn 2 fa parte di questo genere di film, concepiti per il circuito delle videoteche, pellicole girate con la concezione del low-budget puntando sugli effetti speciali più che sulla recitazione.
    Il primo Wrong turn aveva il pregio di utilizzare i cliché del genere e usufruiva
    dell’ottimo lavoro di make-up dell’esperto Stan Winston che ci ha regalato memorabili creature come la regina aliena del cult fanta-horror “Aliens: scontro finale” di James Cameron.
    Winston arricchì il film creando e caratterizzando i componenti della famiglia cannibale e il regista optò per una fotografia che ben omaggiava i classici di Wes Craven e Tobe Hooper.
    Purtroppo il giovane regista Joe Linch al suo debutto ha scelto una fotografia dai toni iperrealistici,da videoclip per intenderci, non separando visivamente i momenti prettamente reality, girati in digitale, dagli avvenimenti estranei allo show.
    Ne soffre molto l’atmosfera,che in classici come “Le colline hanno gli occhi” e il famigerato “Non aprite quella porta” trasmettevano,quell’atmosfera malata e disturbante che qui va persa. Il make-up ne risulta danneggiato,i membri deformi della famiglia hanno perso quelle caratteristiche che nel primo film ne facevano veri e propri personaggi.
    In questa nuova famiglia divenuta più numerosa, abbiamo un trucco approssimativo ed una messinscena troppo urlata,tutto è alla luce del sole, nulla è lasciato alla fantasia dello spettatore, ma senza dubbio la sequela di effettacci ultra-gore che ci viene propinata non passa inosservata.
    Ci sono sicuramente situazioni che lasciano il segno fin dalle prime battute con l’attricetta di turno tagliata in due da un’ascia,passando per il pranzo in famiglia con tanto di preghiera,fino al neonato deforme che viene dissetato con acqua contaminata.
    Si,contaminata, perché in questo secondo capitolo si cerca una motivazione alle deformità dei cannibali,e la si trova nei liquami contaminanti che la cartiera ha per anni scaricato nelle falde acquifere della foresta.
    La parte prettamente recitativa non lascia tracce,il cast è omogeneo e svolge con professionalità il lavoro assegnatogli, da segnalare Erica Leerhsen (Nina Papas) e il truce marine Dale Murphy interpretato dal bravo e autoironico Henry Rollins.
    Gli esterni sono stati girati nei pressi di Vancouver in una location decisamentetroppo bucolica e non all’altezza di quella del primo film.
    In conclusione siamo di fronte ad un sequel inferiore al primo capitolo con alcune sequenze di forte impatto che soddisferanno sicuramente gli stomaci forti ed essendo una versione Unrated nulla ci verrà risparmiato.
    Se poi volete approfondire le tematiche su queste deliziose famiglie alternative, vi consigliamo la puntata “home” della quarta stagione della serie tv x-files, un episodio/omaggio che non mancherà di stupirvi.

    Pietro Ferraro

    voto: 5/10 voto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gifvoto.gif