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"SETH" un raccontodi Marco Birbes PDF Stampa E-mail
Scritto da Giurista81   
martedì 22 maggio 2007
Marco BirbesMarco Birbes un nostro simpatico lettore propone in “Seth” una visionaria e pessimistica genesi del tutto, dal big bang alla creazione dell’uomo, con uno stile lovecraftiano prima maniera.
Il testo del racconto è decisamente virtuoso con termini molto ricercati e espressioni estranee alla c.d. “letteratura commerciale”. Il risultato finale è, tuttavia, particolarmente interessante e ciò lo si deve soprattutto a una padronanza lessicale che mette in rilievo delle indubbie qualità narrative dell’autore.
Birbes riesce a regalare visioni bizzarre che sicuramente saranno molto gradite dagli amanti della letteratura fantastica vecchia maniera (mi riferisco al periodo compreso tra la fine dell’800 e i primi del ‘900). Buona lettura a tutti voi e leggete con attenzione, perché il testo lo merita... "SETH"

Un racconto di Marco Birbes

  In principio, tutto fu buio. Poi, le due enormi, orripilanti e fetide
mani si cinsero tra loro, palmo a palmo, abbracciandosi in una morsa
d’acciaio senza tempo. Le orrende e fusiformi dita si incastrarono come
gelidi componenti del meccano. Meccano e meccanico, meccano e macchinista.
  Occhi gialli, statiche pietre ocra, incastonati come lune nell’eternità,
scrutarono, meditarono, divorarono…
  Frastuono indescrivibile, inenarrabile, ingiudicabile. Inascoltabile.
  Le appendici si dischiusero come un uovo primordiale, fumante e vaporoso.
La presa si sciolse, le estremità si salutarono protese all’infinito. Esse
partorirono la bolla plasmale, labile pellicola e sordida trama cellulare.
Germe iniziale, incipit di verme strisciante.
  Un’enorme bocca untuosa, senza labbra, vi si specchiò, ritagliò il
proprio spazio, s’inghiottì l’oscurità e sputò il proprio seme insalubre.
Putrido bolo pulsante, principio schiumante di chimica.
  Il fato, questo, sentenziò, e le fauci sorrisero compiaciute: la
dipartita non fu malvagia.
  Venne rigurgitato un secondo lapillo che deflagrò e pervase la materia
ancestrale. Ma non intaccò l’essenza, non corruppe lo spirito. La fiammata
portava il nome di Thot, più noto ai posteri come tempo.
  Il mucchio primigenio vibrò, reagì e si scosse. Tuonò. Frammenti cosmici
s’allontanarono, come nomadi, stanziandosi nel nulla. Lo riempirono, lo
occuparono. Si modificarono, trasformarono. Rettificarono alacremente. Uno
di questi, però, sembrava avere un’anomalia. Un errore nel file, forse, un
virus. Funesto, lugubre. Cominciò stranamente a brulicare, filosofeggiare,
sindacare. A partorire. Defecò viscide creature, bavosi sciacalli e serpi
che vi presero lentamente piede soppiantando ben presto tutte le altre
forme. Uomini, si chiamarono, esseri imperfetti ed incompiuti: incapaci di
autogiustificarsi da sé. Affamati di riporsi in un altro, un non sé.
Meramente e limitatamente intuitivi, poveri ingenui. Esseri perennemente
afflitti.
  I corrotti fornicarono e si moltiplicarono: dapprima domarono il fuoco,
poi fecero del tondo un mezzo di locomozione ed, infine, indagarono le
viscere della materia.
  Si contarono ben sette diverse epoche, dissimili, difformi e
reciprocamente ignote. O meglio, qualcuno sapeva, sacerdote del sapere –
potere, ma occultava, celava ed insabbiava. Per il potere.
  Innalzarono sempre e comunque templi alle false divinità: sole, fiamma,…,
denaro e, per ultima, la scienza. Bisognosi.
  Persea, intelletto moderno e corteccia cerebrale sopraffina, indagava,
scandagliava. Cercava di vedere l’inizio. Il principio del tutto, il big
bang. Tentava di sfiorarlo, coglierlo, carpirlo.
  Tutta una vita di studi tesa al fine supremo, allo scopo ultimo.
  La ragazza, genialità unica e difforme, era orfana dei genitori ma
riempiva il vuoto esistenziale con la ricerca. Trovare il fine, il perché,
ritrovare , forse, all’alba di tutto questo, il padre e la madre.
  Era stata allevata, ancora cerbiatta, nell’istituto di pie donne
religiose, ferventi, credenti…Illuse.
Queste, erano state la sua famiglia, brave donne, oneste e ligie
all’orazione. Le avevano dato cibarie, un tetto e tutti gli strumenti per
accrescere lo scibile, studiare. Farsi e rifarsi.
Al raggiungimento della maggiore età, già insignita di lodevole dottorato,
la salutarono dall’alto del loro sdrucciolevole colle, vetusto pulpito di
preghiera, convento ospitale. Nido d’infanti scordati e stonati.
  Quel giorno il cielo capì, lampi e tuoni la spinsero a valle,
accompagnandola in processione lungo  oscuri e levigati gradoni. Le lacrime
delle sorelle la cullarono verso l’incerto destino. Su tutte loro, la
priora, l’unica a non gemere, la sola a sapere.
  Il Nobel in astrofisica non aveva significato niente per la giovine, la
sua faringe era secca, bramosa di sapere, scoprire, trovare. Inquisire.
  I suoi occhi erano protesi, consumati, divorati dall’oscurità del nulla.
Le sue membra irrigidite, in tensione, toniche e prostrate ad una meta
superiore. Un obiettivo ultimo, ma allo stesso modo primo, laddove il
termine e la nascita si conciliavano in una unità assoluta.
  La studiosa, ingegno manifesto di ogni epoca, aveva dato il contributo
maggiore alla progettazione di Icarus, il potente telescopio spaziale
orbitante, pronipote di Hubble.
  Nessuno più osservava da secoli e secoli. Le macchine avevano sostituito
l’uomo in ogni sua forma, ogni vezzo, ma lei, paladina ed amante della
tradizione, trasgrediva alle leggi. Poetessa della ricerca. Musa della
cosmogonia.
  Nell’attimo designato, Persea accantonò il computer ed infranse, così, il
codice scritto dagli anziani del Consiglio.
  Appoggiò l’umido occhio, ammorbato e rapito dalla conoscenza,
all’obbiettivo, sostituendosi, così, alla retina artificiale. Trapelò e
trasudò emozioni, brividi la cinsero dal capo alle dita dei piedi. Fredde
radici, speranzose in un nuovo tepore. Aveva davanti a se la risposta,
migliaia di anni, miliardi di vite, l’avevano cercata, interpretata,
sondata. Scrutata ed iperscrutata.
  Respirò a fondo, trattenne il fiato ed aprì le palpebre. Saracinesche
carnali, escrescenze pulsanti.
  Il sudicio bambino, in un posto senza luogo, in un tempo senza il
divenire, la stava aspettando. L’attendeva nella dimensione del sempre,
nell’attimo del mai.
  La smisurata bocca oleosa si distese e i taglienti oculi lunari
s’assottigliarono ulteriormente, fin quasi a diventar un’unica curva. Il
bimbo sorrise, quasi si commosse. Singhiozzò. Anche Prometea, per tutti
quanti noi, singhiozzò.
  “Vieni Seth! Corri a tavola da tuo fratello Iside!”
  “Smettila di giocare, cattivello. Basta fare le bolle!”
  Le mani, crepitando e vibrando all’unisono, si richiusero tra loro,
ferree. Insindacabili.
  Tutto cessò.
  “Lavati le mani, Seth, prima di mangiare”
  “Va bene. Arrivo madre Nut!”
  “Le sporchi sempre quando ti trastulli, figlio mio…”
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Ultimo aggiornamento ( domenica 27 maggio 2007 )
 
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