|
Archivio
Novembre 2008
Ottobre 2008
Settembre 2008
Agosto 2008
Luglio 2008
Giugno 2008
Maggio 2008
Aprile 2008
Febbraio 2008
Gennaio 2008
Dicembre 2007
Novembre 2007
Ottobre 2007
Settembre 2007
Agosto 2007
Luglio 2007
Giugno 2007
Maggio 2007
Categorie
Cinema (20)
DVD (6)
Eventi (10)
Fumetti (3)
Horror (18)
Libri (7)
Recensioni (8)
SKY (1)
Tv (4)
Link
- Horror
Gallery
- Horror
Recensioni
- Horror
Link
- Collabora
con noi
-
Catalogo PMI
|
2 Giugno 2008
La trama:
Il virus-T ormai fuori controllo ha superato i confini di racoon-city invadendo l’intera nazione.
La maggior parte della popolazione é ormai infetta, anche l’ambiente si è radicalmente modificato, trasformando città e foreste in un immenso deserto popolato da zombie e bande di sciacalli.
Un manipolo di superstiti lo attraversa in cerca di una zona sicura, nel frattempo Alice continua il suo viaggio in solitario, alla ricerca di risposte e si scopre dotata di nuovi e potenti poteri.
L’Umbrella corporation tenta in un laboratorio sotterraneo di trovare l’antidoto al T-virus, ma gli scopi di tali esperimenti come sempre hanno un doppio fine.
Le origini:
Resident evil é una prolifica serie di videogames a tematica horror per consolle che si vanta, a ragione, di aver rivoluzionato un genere, il Survival-horror, ormai in declino.
Il suo sviluppo, la storia, e le situazioni estremamente cinematografiche, fanno di questo gioco un ottimo candidato ad una trasposizione sul grande schermo.
Nei primi due capitoli la figura di Alice si sviluppa e prende vita nelle affascinanti sembianze dell’ ex-modella Milla Jovovich (Ultraviolet, Il quinto elemento), che abbraccia il ruolo in un modo molto fisico, affrontando con disinvoltura scene di stunt impegnative e rischiose.
Nelle puntate precendenti…
Dopo aver visto, nell’ottimo e claustrofobico primo episodio la nascita del T-virus nei meandri dell’alveare della Umbrella corporation, nel secondo si segue il suo evolversi e propagarsi nelle strade di Racoon-city.
Un sequel altamente spettacolare, con qualche incongruenza dovuta forse all’eccessivo cumulo di personaggi e accadimenti che risultano troppo stilizzati e tematiche proprie del videogame non abbastanza approfondite. In questo episodio fanno la loro comparsa alcuni nuovi personaggi, ad Alice si affiancano Gill Valentine poliziotta sexy e volitiva e la creatura Nemesis, qui sorprendentemente ricreata con il solo ausilio del make-up, senza effetti visivi di sorta.
Resident evil… apocalypto!
Il progetto Alice torna nel terzo episodio tratto dalla saga di videogame horror piu’ famosa del mondo.
Stavolta Paul W.S. Anderson non dirige,ma produce e lascia a Russell Mulchay,regista del visionario Razorback e dell’ ottimo Highlander, ma anche di clamorosi passi falsi (vedi Resurrection e Talos: l’ombra del faraone), la regia.
Durante la visione il senso di “gia’ visto” si fa forte e a volte supera il senso di noia generale.
Mulcahy attinge a piene mani dai generi piu’ disparati, la carovana nel deserto post-apocalittico stile Mad-Max,il tentativo della avidissima Umbrella corporation di addomesticare gli zombie di romeriana memoria (vedy day of the dead), gli zombie “modificati” che corrono (vedi l’alba dei morti viventi e 28 giorni dopo).
A nulla valgono un paio di sequenze di forte impatto visivo, la Las Vegas sepolta nel deserto e l’attacco dei corvi infetti, ne’ tantomeno l’impegno profuso dall’eroina principale sempre molto in parte.
Il regista tenta un approccio “alla Carpenter” rileggendo in chiave western il soggetto,ma Mulcahy non e’ Carpenter e si vede.
Il balzo tra l’ultratecnologico secondo episodio e il piu povero terzo capitolo spiazza,le immagini dei laboratori hi-tech della Umbrella e la desolazione del deserto circostante stridono, lasciando un fastidioso senso di scollamento visivo.
Un peccato perche’ le premesse c’erano tutte,una serie collaudata, un regista in attesa di rivalsa, l’evoluzione di Alice con i suoi nuovi poteri.
Un passo falso che pregiudica un futuro sequel..? La parola agli incassi.
Pietro Ferraro
voto 6/10      
Pubblicato in Recensioni | 1 Commento »
29 Maggio 2008
Trama:
Il giovane Clark Stevens viene assunto come tirocinante nell’istituto di igiene
mentale Cunningham hall.
La sua curiosità lo porta a conoscenza di strani eventi che sono accaduti nell’istituto, questa scoperta e le strane e inquietanti visioni che tormentano il giovane lo porteranno ad indagare sulla travagliata storia del luogo aiutato da una giovane volontaria, Sara.
Come mai la terapia usata dal direttore Franks non ha effetti curativi sui pazienti?
Chi è il bambino che si aggira di notte nei corridoi dell’ospedale?
Chi è veramente il paziente della cella 44?
Le domande si moltiplicano, così come gli omicidi che decimano il personale medico.
La verità si scoprirà essere nascosta nei mendri del seminterrato,tra pazienti sepolti vivi, dove la follia regna sovrana e la realtà è pura illusione.
Recensione:
L’ambientazione di Madhouse è francamente vista e rivista, ma mantiene intatto tutto il suo fascino nonostante il cinema ne abbia fatto ampio uso e, a volte, abuso.
Qui ci troviamo di fronte ad una pellicola che ha nel thriller la sua collocazione ideale, ma che per alcune suggestioni visive, contenuti gore e rimandi letterari subisce una forte influenza horror.
Il regista William Butler sembra avere un background filmico di tutto rispetto,e non parliamo di lavori precedenti,ma di un bagaglio personale ricco di classici del genere horror che in questa pellicola omaggia in maniera palese e forse in alcuni casi eccessiva.
Bisogna ricordare che il confine tra citazione e plagio è labile, ma Butler mantiene un equilibrio invidiabile regalandoci scene che per gli appassionati cinefili diventano una vera e propria caccia al titolo.
Solo per citarne alcuni, ma film come Halloween, Nightmare, Shining, Opera e potremmo continuare per molto, fanno capolino senza però mai snaturare la trama che rimane ben delineata.
La suggestiva fotografia trasmette in modo eccelso la surreale sensazione di sfasamento in cui si trova il giovane Clark, catapultato in un ambiente dove follia e realtà si intersecano e pazienti e medici confondono ruoli e personalità.
La fase puramente investigativa,ci consente di raccogliere frammenti di verità mai totalmente rivelatori,ma che man mano ci accompagnano fino alla scomoda e affatto tranquillizzante verità.
Ma non è forse questo che noi spettatori cerchiamo in film di questo genere?
Il cast è un gradino sopra rispetto a queste produzioni che usufruiscono di un budget medio-basso, il protagonista Clark è interpretato da Joshua Leonard (The Blair witch project) mentre la giovane Jordan Ladd (Cabin fever) interpreta la fragile ed enigmatica Sara.
Una menzione speciale va a due attori in particolare, Dendrie Taylor che tratteggia la terribile e dispotica infermiera Hendricks (ennesima citazione, questa volta omaggio alla capo infermiera Ratched del bellissimo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman) e il sempre apprezzabile Lance Henriksen nella parte del direttore Franks, quest’ultimo è diventato insieme ad attori come Brad Dourif e Jeffrey Combs presenza stabile del panorama del cinema fantastico.
Tra gli ospiti del Cunningham Hall non vanno dimenticati i freaks che abitano il seminterrato dell’istituto,una sorta di girone infernale dove vivono in preda ad una follia che non dà loro tregua, stravolti e disperati dalle menti irrimediabilmente incrinate da un’irreparabile pazzia.
Come non apprezzare la visionarietà suggestiva che scenografo e direttore della fotografia creano a nostro uso e consumo, trasportandoci in un ambiente sotterraneo cupo e fatiscente che se da una parte ci disturba dall’altra ci affascina.
Tirando le somme siamo di fronte ad un ottimo lavoro, solido, che forse nel finale si perde un po’ sfilacciando una trama fino a quel momento intrigante, ma è solo un peccato veniale.
Madhouse è un film da vedere, per apprezzare ancora una volta opere che forse se non riscoperte in dvd si perderebbero, e tutto ciò sarebbe davvero un peccato.
Pietro Ferraro
Voto: 7/10       
Pubblicato in DVD, Recensioni | 1 Commento »
18 Maggio 2008
Trama:
Haddonfield, illinois durante la notte di Halloween il giovane Michael Myers stermina la sua famiglia risparmiando la sorellina e la madre.
Affetto da gravi disturbi mentali viene affidato al dottor Loomis che dopo anni di terapia rinuncia a qualsiasi recupero dell’ormai adulto Michael seppellendolo letteralmente in un istituto psichiatrico, terrorizzato dall’anima nera che si cela dietro la maschera che l’uomo porta perennemente sul volto.
Durante un trasferimento Myers fugge spinto da una furia omicida inarrestabile e torna nella casa dove è cresciuto in cerca della sorella perduta seminando cadaveri dietro di sè, mentre la notte delle streghe si avvicina.
Recensione:
Halloween rappresenta per molti appassionati un cult inarrivabile, e per il regista Rob Zombie (la casa dei mille corpi) cresciuto ad horror e hard rock si presenta come una notevole sfida che in questo caso lascia un po’ perplessi.
Il film di Carpenter è a tutti gli effetti il capostipite dei cosiddetti slasher movies, film in cui un maniaco terrorizza e uccide le vittime di turno con l’ausilio di armi da taglio e nei modi più fantasiosi e bizzarri possibili.
Carpenter con solo trecentomila dollari realizzò quello che ad oggi è uno dei film indipendenti più redditizi della storia del cinema ed ha trasformato Michael Myers in una vera e propria icona del cinema horror e, insieme a Jason Voorish (venerdì 13) e Freddie Krueger (nightmare) è oggetto di culto tra giovani e meno giovani fan.
Il progetto di un remake era nell’aria da qualche anno, ma giustamente la fase produttiva ha subito rallentamenti dovuti alla difficile scelta del regista cui affidare la patata bollente.
In un periodo in cui i rifacimenti stanno superando i sequel, e dove la moda del prequel, cioè di tornare alle origini di personaggi storici è inarrestabile, i prodotti sfornati dalle major in cerca di facili incassi sono di qualità altalenante, vanno dai riusciti “non aprite quella porta” e “le colline hanno gli occhi” a prodotti dal look alquanto discutibile come “la maschera di cera” remake del classico con Vincent Price.
Halloween: the beginning diventa un ibrido che miscela le origini ed i due primi episodi
dell’interminabile saga, scavando nella psiche di Michael Myers svelandoci i retroscena di un’infanzia fino ad oggi avvolta nella nebbia.
Purtroppo questo eccessivo svelare, diventa il punto debole di un’operazione che poteva risultare vincente, Zombie dona al film il suo look anni ’70 che ormai è un marchio di fabbrica, ma è come intimorito dal prototipo e pecca di eccessiva prudenza.
La parte più debole del film è il prologo che ci svela le manie omicide del piccolo Myers, con i classici stereotipi che tratteggiano la personalità borderline del piccolo Serial-killer in erba, prima fra tutte la violenza su piccoli animali con tanto di istantanee ad immortalarne le gesta.
Ed è qui che il mito dell’ombra, come veniva chiamato da Carpenter, si infrange su una umanizzazione che lo spoglia da tutti i clichè sovrannaturali che ogni spettatore aveva cucito addosso al mostro.
Si perchè per diventare icone di questo genere di film l’assassino di turno deve trascendere la propria umanità e diventare una macchina omicida immortale,come già successe per Jason Voorish di Venerdì 13, anche Michael Myers ha dovuto abbandonare la sua umanità per sposare l’idea di un killer dalla connotazione diabolica così da poter generare un vero e proprio filone fatto di morti e resurrezioni.
Il mitico Freddy Krueger demone che si ciba di incubi nel Nightmare di Craven è stato facilitato nell’impresa, visto che il suo personaggio è già immortale e quindi immune ad una morte di volta in volta inflittagli solo in apparenza.
Jason e Michael hanno dovuto, invece, attraverso una trasformazione che ha occupato qualche episodio delle rispettive saghe, abbandonare la connotazione di semplice killer per trasformarsi in demoni dalla palese provenienza ultra-terrena.
Quindi il film di Rob Zombie snatura il mistero che avvolgeva il nostro killer, anche se
Qualcuno potrà obiettare adducendo che Carpenter con lo svelare i connotati del killer nel finale dell’originale abbia voluto banalizzare le origini del male attraverso la normalità di un volto fin troppo anonimo, ma non dimentichiamo il personaggio del dottor Loomis che catalizzando le emozioni di noi spettatori trasforma Myers in un essere demoniaco e vuoto, un foglio bianco su cui il male può esprimersi liberamente.
Il regista sceglie per questo remake un buon cast, tra cui spiccano Malcom McDowell (il dottor Loomis) mitico protagonista di Arancia meccanica, che si discosta molto dal Loomis dell’originale interpretato dal compianto Donald Pleasence.
Lo psichiatra di Mcdowell è a volte eccessivamente paterno nei confronti di Myers, mentre Pleasence scelse di tratteggiare un personaggio spaventato dal male, in alcuni casi pronto ad uccidere per liberarsi di quell’incubo senza volto.
Brad Dourif, ormai un ospite fisso di molte produzioni horror, interpreta lo sceriffo Brackett, la moglie di Zombie, già vista nelle precedenti pellicole del regista, qui impersona la madre di Michael, da sottolineare la buona prova della giovane scout-Taylor Compton nella difficile impresa di interpretare la baby-sitter Laurie Strode, che nell’originale era interpretata dall’allora reginetta degli horror Jamie-Lee Curtis (true lies, una poltrona per due).
Quindi se vogliamo visivamente Questo film segue fedelmente le origini del mito, ma nel volersi appropriare del personaggio senza osare più di tanto lo banalizza, e la pellicola ne esce spenta, atona.
Un omaggio ad un cult con un look next-gen, appetibile per un nuovo pubblico?
Forse si, considerando la pessima serie di sequel propinataci nel corso di questi venti e più anni, una cosa bisogna dire, che a parte tutti i difetti, l’attenzione e il rispetto per un cult che ha terrorizzato un’intera generazione non sono mancati in questo remake
riuscito a metà.
Pietro Ferraro
voto: 6/10      
Pubblicato in Cinema, DVD, Recensioni | 1 Commento »
|